Il valore psicologico e sociale della Bellezza

Intervista al prof. Antonino Giorgi, psicologo clinico e psicoterapeuta

La ricerca dell’eterna giovinezza è un fatto che imprigiona l’uomo in un’apparente durabilità estetica. L’attuale separazione tra le attese dei consumatori e l’offerta di prodotti e servizi cosmetici consolida questa teoria e sembra destinata ad aumentare: nei consumatori si diffonde una cultura del prodotto e del servizio che non si è mai registrata nel passato e che genera nuove modalità di acquisto, perciò le aziende e gli operatori della Bellezza e del Benessere faticano sempre di più a comprendere i reali bisogni dell’utenza.

Nasce e cresce nei consumatori la richiesta, anzi l’esigenza, di Comprensione, Competenza, Qualità ed Innovazione nei confronti delle aziende cosmetiche.

Il Salone di Bellezza è rimasto forse uno degli ultimi luoghi al mondo dove le persone possono trovare uno spazio protetto d’intimo scambio relazionale. Ma da dove nasce questa situazione? Com’è vissuta la percezione del proprio corpo e della propria Bellezza nell’epoca attuale? E quali sono i fattori personali e sociali che causano l’esigenza di maggior risposta estetica da parte delle persone?

Ne ho parlato con il Prof. Antonino Giorgi, psicologo e psicoterapeuta con cui collaboro da diversi anni.

GA: Dott. Giorgi, nella società moderna come vive il proprio corpo il singolo individuo e cos’è cambiato rispetto a pochi decenni fa, prima dell’avvento dei social-network?

AG: Oggi il corpo è investito di un’importanza fondamentale e sempre crescente: social network, pubblicità, mass media, promuovono tutti un’immagine del corpo perfetta bella e immutabile nel tempo.

Il corpo nella cultura contemporanea ha perso il profondo senso di intimità con il per ridursi a un mero personaggio in scena alla ricerca di un autore. Quello che si ricerca è un corpo perfetto da poter mostrare agli altri in modo da poter essere “adeguati” e conformi a quei modelli che si devono seguire per restare in gara con gli altri. Citando K. Fraser in “Makeover television: realities remodeled (2007)”, occorre poter “comprare” l’immagine desiderata. L’importante diventa proprio potersi trasformare nell’ideale che si ha in mente.

GA: Fino a che punto l’ossessione del corpo perfetto ha condizionato le scelte estetiche delle persone e quali sono i rischi psicologici in cui si può incorrere?

AG: In merito a questo, D’agostino e Rossi Monti (2016) riportano due esempi interessanti, entrambi comparsi in un talk show americano alcuni anni fa: Valeria Lukyanova, ucraina, e Justin Jedlica, americano, entrambi oggi quarantenni. Il loro desiderio è sempre stato quello di “assomigliare” il più possibile a Barbie e Ken, le bambole della Mattel, finché un giorno hanno deciso di “diventare” veramente Barbie e Ken.

Li chiamano living dolls (bambole viventi) e tra i due, sembra “vincere” Justin per numero di interventi estetici fatti: 140 dichiarati dai 18 anni a oggi per un totale di più di 150 mila dollari spesi. Tra questi: diversi interventi al naso, un rimodellamento delle ossa frontali del cranio e impianti su guance, labbra, glutei e mento.

Entrambe le living dolls hanno parlato del loro aspetto come di un’estensione di sè e della loro creatività. Incontrandosi, però, in un altro show televisivo americano, i due si sono attaccati verbalmente criticando il reciproco aspetto fisico considerato troppo artificiale. Questi esempi estremi ci fanno capire come il proprio aspetto influenzi concretamente la psiche, portando anche a concretizzare un ideale estremo, non riuscendo, però – in molti casi – a rafforzare la propria autostima e incentivando invece una percezione distorta di sé e del proprio aspetto.

GA: La scelta di raccontare la propria esperienza nel contesto del talk show da parte delle due living dolls da lei citate, sottolinea due aspetti importanti dell’uomo moderno: la volontà di essere guardati e di porsi come una guida e un’ispirazione per gli altri, e il fatto che i mass media giochino un ruolo fondamentale nello sponsorizzare un ideale di bellezza di un certo tipo. Qual è la conseguenza di tale ingerenza da parte di media e social media sulla massa?

AG: Così come vengono creati e promossi dei paradigmi di bellezza, altrettanto si crea il disagio in chi non si sente conforme a questi parametri e da qui scaturirà ancor di più la volontà di essere al passo con i tempi, con le mode e con ciò che riesce a rendere “adeguati”, seppur sempre in competizione. E il giudizio è assai severo, reciprocamente. Tuttavia, a fronte di una standardizzazione della bellezza e del corpo, vivono ancora, con difficoltà, diversità individuali, storiche e culturali del giudizio di Bello perché differenti e specifici sono i modelli estetici delle varie culture ed appartenenze comunitarie.

Se alcune cose appaiono belle quasi a tutti e ci fanno pensare all’esistenza di una bellezza oggettiva, possiamo dire che tale bellezza è l’esito di una serie di condizioni ed aspetti psico-socio-antropologici che s’intrecciano: dietro l’apparente oggettività della bellezza e del corpo vivono le esperienze relazionali ed identitarie delle persone.

GA: Nella mia realtà professionale ho spesso a che fare con i giovani, molti ancora in età scolare. Come si può educare alla Bellezza nella post-modernità? Secondo lei, noi adulti e professionisti del Beauty possiamo avere un ruolo concreto nel guidare i ragazzi ad apprezzare l’autenticità nella Bellezza?

AG: L’educazione alla Bellezza è essenziale per la persona perché quest’ultima possa maggiormente riconoscersi come un essere dotato di Bellezza propria, donandosi benessere. Colui che è educato alla Bellezza è capace di sviluppare capacità relazionali degne del suo essere personale: riconosce che l’oggetto possiede una Bellezza intrinseca, che deriva dalla sua compartecipazione alla Bellezza dell’Essere.

Pensiamo agli insegnanti, che nel loro compito di educare alla conoscenza cercano di mettere gli studenti nelle condizioni di percepire la Bellezza che la cultura produce. Ecco perché, una volta divenuti consapevoli dell’effetto benefico della conoscenza, dovremmo a nostra volta impegnarci a comunicare la forza insita nella cultura, ovvero la sua capacità di contagiare ed affascinare ogni spirito umano alla Bellezza: solo facendo comprendere agli altri che la cultura apre la strada alla Bellezza riusciremo ad arricchire noi stessi e non cadere nella trappola della stessa post-modernamente intesa.

GA: “La cultura nutre ed educa alla Bellezza, che va inseguita e scovata in ogni angolo della nostra vita”. Questo è infatti uno dei punti fondamentali della Cosmetica Umanistica che intende Cultura come un “sentirsi bene con se stessi, in equilibrio”, valorizzando la propria autenticità, senza rincorrere ad esasperati miti di giovinezza. Lei cosa ne pensa?

AG: L’eterna giovinezza è un mito e talora una difficoltà onnipotente che l’uomo ha sempre portato con sé nel tempo. Tuttavia, la spinta al prolungamento della giovinezza, realizzata in maniera equilibrata e sana, può essere generativa di benessere individuale e comunitario. Ovviamente questa tensione è motivo di attrazione verso la cosmetica, rimedio in grado di dare luce alla parte migliore di sé.

In generale, la poca letteratura scientifica sull’argomento suggerisce che nel momento in cui iniziano a comparire i primi segni dell’invecchiamento, si generano effetti collaterali: abbassamento dell’autostima che spesso spinge in modo compulsivo verso l’industria cosmetica del prodotto e del servizio; crescita dell’ansia generata dall’autostima ridotta; riduzione del benessere relazionale che genera un malessere talmente forte da poter determinare la chiusura in sé stessi.

In questo senso mi trovo allineato con gli obiettivi della Cosmetica Umanistica, cioè denunciare la distanza tra chi si aspetta risultati reali e concreti dall’Universo della Bellezza e chi dà false promesse. E d’altra parte sponsorizzare e promuovere il Prolungamento della giovinezza, il Rafforzamento dell’autostima, la Riduzione dell’ansia, il Benessere relazionale. Nel trend attuale la cosmetica del prodotto e del servizio specula invece di concentrarsi sui reali bisogni dell’individuo.

GA: Da psicologo consapevole dell’effetto che la Bellezza e l’estetica hanno sull’uomo, quale dev’essere secondo lei l’obiettivo delle aziende produttrici di cosmetica?

AG: L’obiettivo dev’essere realizzare prodotti e servizi di Bellezza pensati attorno all’Uomo inteso come unità complex. In altre parole, la mission è prendersi cura delle caratteristiche bio-psico-socio-spirituali dell’Uomo e del suo contesto d’appartenenza. Essa pone al centro della sua azione l’Uomo, intende creare e sostenere un nuovo Rinascimento della Bellezza, proprio come dichiara la Cosmetica Umanistica. In questa vision, il cosmetico è come un farmaco olistico e la Bellezza una esperienza di e di con gli Altri, che oltrepassa i corpi, che infonde benessere in una totalità umana che è più della somma delle parti che la compongono. Sono certo che la Cosmetica Umanistica sarà la colonna portante di questo grande progresso.

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